Si fa fatica a scrivere della situazione in Palestina evitando d’incappare in quelli che vengono definiti “sensazionalismi”. Il numero delle vittime, la recrudescenza in cui è precipitato il contesto e le diverse sensibilità coinvolte hanno trasformato il tema stesso in un campo minato. Per scrivere questo pezzo, precisiamo che ci siamo interamente basati su quanto emerso dalla testimonianza diretta di Fabrizio Minini, cooperante camuno che ha trascorso 45 giorni nella Striscia di Gaza.

Minini ha raccontato la sua esperienza in occasione della serata a tema “Stop al genocidio”. L’evento, tenutosi il 3 luglio presso una gremita Casa delle Associazioni a Boario, era organizzato da Tapioca. Al termine dell’incontro abbiamo avuto modo di approfondire alcuni dei temi toccati dal cooperante. La nostra intervista audio si potrà ascoltare venerdì 26 luglio all’interno della rubrica “VocePRESENTE”, in onda alle ore 10:10 su Radio Voce Camuna.

L’intento primario della serata era tenere desta l’attenzione su un tema che rischia di sfuggire dalle maglie del mainstream mediatico. Sono ormai passati nove mesi dai fatti del 7 ottobre. Nel tempo intercorso, la voce che raccontava Gaza dall’interno ha rischiato più volte di spegnersi: “sono oltre 90 i giornalisti morti” ricorda il cooperante.

breve estratto dall’intervista a Fabrizio Minini

Ma partiamo dall’inizio. Fabrizio Minini è entrato nella Striscia di Gaza il 15 aprile, con incarico di un’organizzazione umanitaria francese. Alle spalle, Minini ha una dozzina di conflitti cui ha assistito in prima persona. Dice però di non avere mai visto nulla di simile. Una situazione che, dal punto di vista tecnico, ricorda l’assedio di Sarajevo.

Lo racconta indicando più volte due cartine dell’ONU appese alla lavagna. Le ha portate per fare in modo che la gente comprenda bene di cosa si sta parlando. La geografia di un luogo, in vicende come questa, gioca un ruolo fondamentale. Così come i numeri.

500 i camion autorizzati ad entrare ogni giorno nella Striscia di Gaza prima del 7 ottobre. Camion le cui provviste non erano comunque ritenute sufficienti. 37.925 le vittime accertate dal Ministero della Sanità palestinese al 3 luglio, giorno in cui Minini racconta tutto questo a Boario. Circa 150.000 i palestinesi che – a fronte del versamento di 5.000 dollari a testa – si stima siano riusciti ad uscire dalla Striscia sfruttando il doppio passaporto e passando attraverso il Valico di Rafah.

7.000 – racconta Minini – sono invece i casi di crimini di guerra che risultano attualmente essere in fase di valutazione. Tutto questo a fronte di un 2023 che, nel periodo intercorso tra il primo gennaio e il 6 ottobre, era già ritenuto essere l’anno dal più alto numero di vittime civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

Poi ci sono altri numeri. Quelli della quotidianità, che oltre al contesto riemerge al centro della lunga testimonianza di Fabrizio Minini. 9 stanze, 3 bagni, 2 piani: la struttura di una casa in cui ad un certo punto si trovano a condividere le rispettive vite 60 persone. Tanti sono bambini, che come gli altri loro coetanei della Striscia hanno perso un intero anno scolastico. Persone abituate a spostarsi, tanto da tenerci solo 9 minuti e mezzo a completare una prova d’evacuazione: dal segnale d’allarme ai bagagli pronti al seguito.

Storie di persone – di civili – che negli anni hanno imparato ad ingegnarsi. Come quando, nel corso di questi 45 giorni, Minini ha assistito alla compravendita del legname. Legno che prima veniva dal mare, poi dalle porte, in seguito dalle finestre. Infine, mentre attorno crescevano le macerie, era il legno di tavoli e sedie ad essere venduto al chilo. E per dare un’idea di tutte le macerie da sgombrare, basti pensare che – ricorda sempre Minini – l’ONU ha stimato ci vorranno 14 anni.

Fabrizio Minini

Ma Gaza non è sempre stata così. Per quanto le vicende di scontro siano tornate a più riprese, la Striscia ha avuto anche un aeroporto, distrutto una ventina d’anni fa. Gaza, grande più o meno quanto la Valle Camonica, produceva ed esportava prodotti agricoli, in particolare verdure. “Ma hanno colpito anche le serre” continua Minini “e le bombe ora intossicano il terreno.”

C’erano anche parecchie università, con laureati in più ambiti. In molti lavorano per le ONG. E tanta gente giovane che – considerato il muro di sicurezza a più livelli che corre attorno alla Striscia, il mare dall’altra parte e le politiche d’isolamento – non è mai uscita dalla Palestina. Sopra la testa di queste persone, anche la notte, ronzano continuamente i droni.

Minini torna anche al massacro del rave. Parla dei resoconti che gli ostaggi rientrati a casa hanno rilasciato sul trattamento ricevuto. Resoconti che, quasi di punto in bianco, cambiano di registro. Li mette in relazione al racconto delle condizioni dei prigionieri palestinesi dopo il 7 ottobre: storie di stupri e tassi altissimi di mortalità.

Parla della responsabilità mediatica e del relativo silenzio, rotto da alcuni account Instagram e TikTok. “Il racconto mediatico europeo è completamente assente. Si tende a parlare di palestinesi morti e israeliani uccisi.” Nell’intervista che manderemo in onda il 26 luglio, Minini approfondirà alcune di queste tematiche, suggerendo anche fonti d’informazione ritenute attendibili. Un modo, questo, per non spegnere la luce su quanto sta accadendo.

Piero Confalonieri, di Tapioca

Tapioca, la realtà che ha organizzato la serata con Fabrizio Minini, ha realizzato una raccolta fondi attraverso il partner di Altromercafo. Questo ha permesso di portare alla popolazione palestinese alimenti, acqua e kit igienico-sanitari.

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